Da La Divina Commedia il canto XXXIII dell'Inferno |
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| Il Canto XXXIII della Divina Commedia di Dante Alighieri
(mia seghe il padre della lingua italiana), commentato in esclusiva per Alè Livorno da Marcoamaranto
(mia gosto da barbaricina!) per irridere una volta di più i pisani
(se mai ce ne fosse bisogno)
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CANTO XXXIII. GIRONE DEI TRADITORI (MIA IL GIRONE B DELLA C1) |
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La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a' capelli del capo ch'elli avea di retro guasto. |
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| Dove c'è il Conte Ugolino che pasteggia (fiero pasto) con il cervello dell'Arcivescovo Ruggeri addentandolo da dietro (forbendola ai capelli), nel punto, per intenderci, dove di prassi si indirizzavano le famose "pattonate" in epoca scolastica. Mi piace pensare che in questa circostanza il Sommo Poeta rivolgendosi a lui esclamasse: "bada a un fa' indigestione!" (mirabile l'allusione al fatto che dentro il cranio di un pisano è raro che ci si trovi qualcosa di sostanzioso!). E che lui udendolo, "La bocca sollevò dal fiero pasto" rispondesse " chi è che rompe ir cazzo all'ora di cena!" | ||
Poi cominciò: "Tu vuo' ch'io rinovelli disperato dolor che 'l cor mi preme già pur pensando, pria ch'io ne favelli. |
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| Dante chiede, poi, al Conte Ugolino di narrare la sua storia. "Tu vuo' ch'io rinovelli" ma si meraviglia non poco del fatto che viene specificato "già pur pensando, pria ch'io ne favelli". Ossia tradotto in italiano moderno Dante si raccomanda "pensa le cose prima di dirle (favellare) però, o torzolo! Così eviterai, almeno per una volta, di fare le figure di merda tanto care ai tuoi degni concittadini, e soprattutto sii coinciso e un ti mangiare anche le parole, oltre al cervello di quel disgraziato, che qui c'ho da scrive la Divina Commedia, mia da scrive una poesia a bischero sciolto per i "poeti amaranto" di Alè Livorno!" | ||
Ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor ch'i' rodo, parlar e lagrimar vedrai insieme. Io non so chi tu se' né per che modo venuto se' qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand'io t'odo. Nella prima stesura il verso era un tantino più colorito: Ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor ch'i' rodo, parlar e lagrimar vedrai me come un cuculo non so chi tu se' né per che modo venuto se' qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quando moi il culo |
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| Mirabile quadro nel quale il pisanaccio dice praticamente, di rimando:"io sarò anche un pisano ed ir che, di per se stesso, non è un gran vanto, ma te da come cammini ancheggiando, si capisce subito che sei un fiorentino, vai!". Ci si permetta di perdonare a Dante una rima un po' banaluccia "cuculo-culo", di sicuro effetto, ma così trita e banale che quasi sembra l'abbia scritta Marcoamaranto | ||
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino, e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino. |
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| Finite le presentazioni, il Conte Ugolino preme specificare "or ti dirò perché i son tal vicino", la vera ragione per cui sono vicini, per chiarire subito un increscioso equivoco in cui temeva che il Sommo Poeta potesse facilmente cadere. Ossia, la ragione della loro promiscuità era da imputarsi unicamente al fatto che doveva sbranarli il cervello e non di attentarsi reciprocamente al tortellone, come da buon fiorentino il Dante ardentemente sperava, pregustandosi già al centro di un bel trenino a tre. "..e poi qui si fa del tradimento serio! O dove ti credi di essere? ..nel girone dei sodomiti?" aggiunse Ruggeri anche un po' impermalito. Poi, nei prossimi versi, il Conte Ugolino inizia a spiegare che bel giovanottino era l'Arcivescovo Ruggeri e quanto ce lo avesse sul cazzo e perché e per come l'avesse messo in questi casini. Andiamo a vedere: | ||
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto, dir non è mestieri; |
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| Ossia, che ver buo vadro dell'Arcivescovo Ruggeri (poi ci si chiede perché la gente parla male dei preti e dei pisani), lo attirò a Pisa mentre seguiva certi suoi intrallazzi in lucchesia coi guelfi, abbindolandolo con no so quali promesse o favori. Appena in città, però, ni sartò addosso come un ossesso gridando: "Agguantatela vella caata, un fatelo scappà che ora lo caa la befana!". | ||
però quel che non puoi avere inteso, cioè come la morte mia fu cruda, udirai, e saprai s'e' m'ha offeso. |
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| Testualmente, tradotto in un italiano molto labroneggiante, il Conte Ugolino dice: "..ora ti racconto come quello stronzolo dell'arcivescovo m'arrangiò e dimmi te che pezzi di merda erano i pisani anche a quei tempi!" | ||
Breve pertugio dentro da la Muda la qual per me ha 'l titol de la fame, e che conviene ancor ch'altrui si chiuda, |
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| Ugolino viene, quindi, condotto in un angusto spazio dentro una torre (La Muda) e lasciato morire di fame, per cui essa passerà alla storia come "Torre della fame" (la qual per me ha 'l titol de la fame). La Muda è la torre dei Gualandi, ed erroneamente viene confusa con quella mezza sega di torre in Piazza dei Cavalieri, manco a dirlo, ad un tiro di sasso dalla mensa universitaria. Sotto quest'arco, in cui sostai parecchie volte durante il mio periodo universitario, scorsi ripetutamente suntuose iscrizioni di epoca assai più recente quali:
"Anconetani frocio slavo!" o "..a noi celo strapuppate", oltre ad una superba crestomazia di cazzi e
"pisa merda". Tutte opere attribuibili, senza ombra di dubbio, all'esperta mano di neo-umanisti labronici, laureandi alla vicina facoltà di lettere moderne. Certo, ripensandoci, però,ci vole tutto ir genio dei pisani a mettere una mensa universitaria accanto alla torre della fame! È verità storica, che la vera torre sorgesse, invece, in prossimità di questo luogo e che fu abbattuta poco prima che Livorno fosse fondata. Questo le ha permesso di conservare un invidiabile primato, quella di essere probabilmente l'unico, tra i pur numerosi edifici storici che vanta Pisa, in cui non sia stato scritto almeno una volta "Pisa merda". Ma questo solo però perché un se fatto in tempo! |
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"e che conviene ancor ch'altrui si chiuda".Ir conte Ugolino, incazzato nero, finisce augurando ai Pisani che ci rimangano chiusi loro e tutta la loro razza infame. Popò di merde!! |
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| Salterei a questo punto la parte si parla di Ugolino che inizia a svagellare per la fame e fa sogni strani, come salterei la parte di lui che mangia i figlioli come fossero "cinque e cinque" per arrivare finalmente al "Pisa Vituperio delle genti". Prima di passare all'agognato "Pisa Vituperio delle genti", nella parte che ho saltata vorrei ricordare, solamente, di quando il conte Ugolino sogna il Monte Pisano (al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno.), monte più volte attraversato in galleria in occasione di memorabili trasferte a Lucca ("per che così marcoamaranto veder il Livorno al Porta Elisa puote!" direbbe Dante). Celebre, tra queste, fu una trasferta circa a metà degli anni settanta in cui il sottoscritto ne ebbe un ruolo non certo marginale nella perfetta riuscita. Passando necessariamente da Pisa, sovraccarichi di raudi (tutti lì utilizzati), si traversò il tunnel insieme ad un nutrito numero di artisti specializzati nella pittura murale con aerografo, che, ad ogni cartello stradale, vergavano a chiare lettere il nome di un giocatore del Livorno, un cartello per ogni giocatore. Così che il nome di Castellini (l'allora portiere, il primo) risultò impresso sul cartello di S. Giuliano (deviazione per Calci) e quello di Vitulano (l'undici, l'ultimo) solamente alle porte di Lucca appena prima della deviazione per Gattaiola. Menomale che a quei tempi non c'era la panchina lunga, se no ci toccava proseguire almeno fino ad Altopascio. In questa trasferta venne poi ulteriormente dipinta di amaranto, in ordine di apparizione: Lucca (zona stadio), il Porta Elisa, il prato del Porta Elisa ed i pali delle porte del Porta Elisa. Queste ultime furono ridipinte, poi, nel bianco convenzionale all'ultimo momento e solo per via delle reiterate minacce dell'arbitro ad un fare iniziare la partita col campo conciato in quel modo. "Ma la vernice bianca costa!" pare abbiano udito lamentarsi il custode mentre svolgeva l'incombenza. Pregevole, in quella trasferta, il prezioso contributo di un aspirante "Guglielmo Tell" amaranto che con un razzo riuscì a centrare da cinquanta metri una vecchia topolino imbandierata di rossonero con cui i Lucchesi usualmente facevano un giro di campo in segno di giubilo. Il razzo, con una precisione millimetrica degna del miglior bombardamento chirurgico ( ci fanno una sega gli americani a noi!), centrò la tettoia aperta dell'abitacolo. Dalla topolino si innalzò subito un acre fumo nero, ci furono momenti di panico ed, infine, fu memorabile il fuori programma dell'intervento dei Vigili del Fuoco che grazie alla loro rapidità evitarono che l'equipaggio finisse arrosto. Rimase per lungo tempo ancora il canto "Vieni Topolino! " durante le trasferte a Lucca. La Topolino fu rimessa presto in sesto e continuò ad essere esibita non so per quanto tempo ancora, sulla vecchia pista del Porta Elisa durante le partite casalinghe della Lucchese. Ma da quel giorno, fatta girare sempre e comunque a prudente distanza dalla tribuna centrale soprattutto quando essa risultava colorata di amaranto. |
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Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove 'l sì suona, poi che i vicini a te punir son lenti, |
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| Ecco il fulcro di tutto il canto, la meraviglia delle meraviglie, il cantico dei cantici, la invettiva a Pisa
(Ahi Pisa, vituperio de le genti), che ha reso celebre Dante tra i Livornesi. Quel verso che più volte è stato letto e riletto sui libri di scuola e che ha fatto persino fugaci apparizioni sui muri dell'"Armando Picchi". Alcuni la considerano, infatti, una forma molto arcaica del ben più moderno e corrivo "Pisa merda". Non si sa se ciò corrisponda a verità, comunque, permette di stabilire con esattezza che già almeno dal mille e duecento i pisani stavano sul culo a tutta Italia
(del bel paese là dove 'l sì suona)!
Non sarebbe nemmeno da menzionare la patetica interpretazione di chiara officina pisana:
"Ahi Pisa, vita et imperio delle genti" con cui si tenta goffamente di ribaltare l'invettiva in chiave elegiaca se non per sottolineare un'altra occasione persa dai pisani per non dire cazzate. |
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muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, sì ch'elli annieghi in te ogne persona! |
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| Sublime l'idea di fa annega tutti i pisani nella loro stessa merda! Peccato che un ci sia riuscito davvero! Però ci mancò poco. Pare sia storia vera che Dante partecipò ad alcune fasi dell'assedio di Pisa e propose veramente di ostruire il fiume a valle per allagare la città e l'idea pare che prendesse piede tra le truppe assedianti. Non avvenne solo per mancanza di tempo, perché i pisani si arresero prima, presi per la fame (la vendetta del Conte Ugolino!), dopo avere tentato di resistere facendo uscire tutte le bocche inutili da sfamare, ossia i vecchi e le donne. Queste ultime, i fiorentini se le trombarono di brutto, a spregio, e proprio sotto le mura ( ed anche questa è storia vera!), con i pisani che guardavano muti dalle mura
("Mì, ora ci ingallano anche le donne!". Mi pare di sentire gli eroici pisani sugli spalti!). Farsi anche trombà sotto il naso le donne da fiorentini, via! È proprio da pisani! Da notare che nei commenti seri, il De Sanctis (il critico letterario, non il portiere dell'Udinese!n.d.a.) riporta al "muovasi la Capraia e la Gorgona" il seguente commento testuale: "la Capraia e la Gorgona: sono due isolette poste alla foce dell'Arno, fiume che attraversa Pisa." (!!!). O De Sanctis, sarai anche un gran letterato, ma secondo me di geografia un ne capisci un cazzo! (Scusate lo sfogo sul il De Sanctis, ma era un sassolino che mi volevo levà fin dai tempi del Liceo). |
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Ché se 'l conte Ugolino aveva voce d'aver tradita te de le castella, non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. |
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| In questo verso ritorna il problema dell'"inciucio" dei castelli. Ugolino, quando era Podestà (qualcosa di simile all'Assessore oggi!) per scongiurare un'alleanza di Lucca e Firenze con la nemica Genova cercò un improbabile gemellaggio (vai! è nova! anche nell'antichità!) con le due città toscane regalandoli svariati castelli. Bientina, Ripafratta e Viareggio ai Lucchesi. Fucecchio, Santa Maria a Monte, Castelfranco, Montecavoli ai Fiorentini. Sarà che in uno di questi castelli l'arcivescovo Ruggeri pare c'avesse fatto la seconda casa per se e per la sua ganza
("..e non l'avevo nemmeno finita di pagà! E ora? Accidenti a quel budiulo!" disse affranto
"con quello che costano le case a Viareggio, poi! No lui lì la regala ai
Lucchesi!"),sarà che aveva paura che un giorno o l'altro gli vendesse anche il battistero con tanto di torre e duomo, fatto sta, che indì una campagna detta
"castelli puliti", lo accuso di tradimento e lo rinchiuse in una torre a fare una cura dimagrante di sua invenzione.
"Ora così un fai più casini!" disse poi tutto contento buttando la chiave in Arno. Quello che fa incazzà Dante, e non solo lui, che già che c'era, ci mise dentro anche i suoi figlioli, che un ci incastravano una sega di nulla. Mi pare di sentirli "O babbo, te l'avevo detto che con i tuoi intrallazzi, prima o poi ci mettevi tutti nei casini! E sai, merda è che siamo anche nati anche troppo presto! Un c'è mia ancora Berlusconi che poi ci tira fori con uno dei suoi decreti salva-ladri!" |
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Innocenti facea l'età novella, novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata e li altri due che 'l canto suso appella. |
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| Capito
che merde i pisani? Innocenti facea l'età novella, quindi che
cazzo rinchiudete, o stronzoli! Prendersela coi bimbetti! Ci sarebbe da andà a Pisa e spaccarli veramente tutto! Far respice fine. Ir fatto è che siamo troppo buoni. Ar massimo abbiamo allargato Borgo Stretto, che tra l'altro gli abbiamo fatto anche un favore, così ora ci passano meglio anche gli atobussi! Poi il canto continua parlando di altri due fiorentini che se lo tirarono nel didietro l'un l'altro ma è un'altra storia. Vale la pena di dire che una volta presa Pisa i fiorentini |
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| imposero
gabelle severissime che fecero scappare tutte le famiglie più facoltose
di Pisa le quali emigrarono in ogni luogo ma particolarmente a Palermo che
era un paradiso fiscale di quel tempo (Tipo Montecarlo oggi, ma mia quello
vicino Lucca, no è meglio dirlo se no poi la gente scappa lì e paga le
tasse lo stesso). In breve Pisa fu spopolata e ripopolata dai fiorentini
con la peggiore genìa della sua popolazione (ladri, puttane, e
delinquenti vari) ai quali furono aperte le carceri e condonate le loro
colpe se andavano a ripopolare Pisa. Gente di terra, comunque che con il
mare un ci incastrava più una sega. Così si capisce l'apparente
controsenso che fa ridere tutta Italia per cui dei contadini poo avvezzi
all'acqua si vestano da Potente Repubblica Marinara e millantino ai
quattro venti la loro antica supremazia marittima senza saper distinguere
un lampione da un remo. Per cui sappiate che se i pisani ci diano che siamo la selezione genetica di pirati e puttane ci stà anche bene, ma provateli a dire ( oh, loro sono ancora convinti di essere i discendenti della Repubblica Marinara) che loro sono gli avanzi di Firenze, come sono in verità e la storia lo dimostra, vedrai come sono contenti!- P.S.: Sai 'osa, se la leggesse la mia insegnante di italiano del liceo mi darebbe undici!
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