Da La Divina Commedia il canto XXXIII dell'Inferno

Il Canto XXXIII della Divina Commedia di Dante Alighieri (mia seghe il padre della lingua italiana), commentato in esclusiva per Alè Livorno da Marcoamaranto (mia gosto da barbaricina!) per irridere una volta di più i pisani (se mai ce ne fosse bisogno)

Premessa:

Tutti voi avrete visto Roberto Benigni commentare l'ultimo canto della Divina Commedia, il Paradiso, nel periodo di Natale, commovendo l'Italia intera in un inusuale ed inaspettato attacco di buonismo a cui francamente non ci ero abituato. Parlava di divino, di donne, ma mia per trombarsele, ma come figure angeliche, dispensando ad ogni frase bontà da ogni poro. Altro che di quando alzava le gonnelle alla Carrà gridandoli, "facci vedere cosa c'hai sotto!" Un Benigni inedito, spirituale, contemplativo, che poco ha a che spartire con le giullarate con cui vivacizzava le feste dell'Unità nemmeno troppo tempo fa. Un Benigni senza i "Woitilacci" ed i "Cossigoni" od "Inni al corpo sciolto" che tanto hanno imbarazzato il ben radicato perbenismo dello stagnante concetto di spettacolo dell'italiano medio. Sarà che ha preso un Oscar, sarà che il successo da alla testa, ma mi hanno anche riferito altri fatti inenarrabili. Come che a Sanremo, trasmissione che per mero senso estetico non guardo mai, abbia persino parlato bene di Berlusconi! Ibò! Ma si scherza davvero!!! 
Arridateci il Benigni incazzato, per piacere !!!
Benigni!!! Se per caso mi leggi!! Vieni a be' un ponce a Livorno, offro io, così rinsavisci!
Nel frattempo che Benigni rinsavisca, Marcoamaranto, che, invece, è sempre più incazzato per come gira il tutto (sul Livorno no! Ha rivisto il Livorno in B dopo più di 
trent'anni!), che Oscar non ne vincerà mai, ma che soprattutto non parlerebbe bene di Berlusconi nemmeno sotto tortura, ha detto: "L'ha fatto Benigni, lo faccio anch'io". "Ma cosa? un film da Oscar? Ma cambia spacciatore, vai!". "Ma no! Commentare anch'io un canto della Divina Commedia !". E quale occasione migliore del canto XXXIII (quello del Pisa vituperio delle genti, per intendersi) per pigliare ancora una volta in più per il culo i pisani?
Oh, l'impresa è ardita, io ci provo, se va bene, va bene. Se viene fori una cazzata la colpa è del webmaster Francesco che me la ha messa in rete!
Daccordo!

Introduzione al canto:

In questo canto Dante parla di due pisani che 'un sono mia Gosto da Barbaricina e Anaclerio der Pisa Calcio ma altri due budiuli più antichi, ma, in compenso, parecchio budiuli anche loro! 
Uno è Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, detto per gli amici "ir Conte Ugolino". Un po' come il calciatore della Juventus Franco Causio era detto "ir Barone Causio". La storia per certi versi si ripete! Avete capito bene, prima! Conte di Donoratico! Cosa contasse a Donoratico un si sa, forse i pinoli in pineta dicono gli studiosi più accreditati, e questo fu gradito dal popolo pisano festante, che lo acclamò "Conte" perché si identificarono subito nei pinoli, così tanto simili alla durezza del loro cervello. L'altro è l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, nipote del cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Notare bene, non nipote perché Ottaviano era su' zio, ma perché era su' nonno! Prova provata quindi che, come ai giorni nostri, anche a quei tempi, i preti trombavano come gatti. Caso mai usavano qualche precauzione in meno e questo comportava di averci qualche discendente in più da sistemare. E quale occasione migliore se non di fargli fare il prete anche a lui? E poi averci il nonno cardinale aveva, anche allora,i suoi indiscussi vantaggi, "Se no cor cazzo" diceva il Conte Ugolino tutto invidioso "te facevi l'arcivescovo, te lo dio io, gaò, a te un facevano fare nemmeno il chierichetto!" 

Il conte Ugolino nella torre con i figli

Al che l'arcivescovo se ne andava cor culo di traverso rimuginando tra se e se "Mì, prima o poi a te, te la do io la purpetta!" E la purpetta fu proprio lo scontro navale della Meloria in cui i pisani ne toccarono assai sode dai genovesi, dove la flotta fu distrutta, parecchi di loro furono fatti prigionieri e condotti a Genova in una piazza chiamata, poi, appunto "Campopisano" (il luogo esiste sempre ed è nella Genova vecchia). Là i genovesi organizzarono una specie di "Parterre" ante litteram per accogliere i pisani prigionieri. In quel luogo, i bravi genitori genovesi usavano accompagnare i figlioletti nelle gite domenicali ammonendoli severamente: "Bèlin, vedi, se fai il cattivo da grande diventi brutto come loro!". Pare che ciò avesse immediato effetto anche tra i più scalmanati. Fatto sta che con mossa pretesca, e chi meglio di lui poteva farla, vista la sua stirpe, l'Arcivescovo Ruggeri accusò subito della sconfitta il Conte Ugolino dandoli del vagabondo, del bono ad una sega, di spalle tonde e dicendo pure che era becco e c'aveva la mamma maiala. E disse anche che si era pure arrufianato ai genovesi. Tanto è vero che il gemellaggio col Genoa nacque allora ed è durato fino a poco tempo fa. Finì solamente in un recente incontro Livorno-Genoa in cui i genoani stufi di fare figure di merda ogni volta che portavano i pisani in giro, gli mandarono a fare in culo, una volta per tutte. E proprio davanti ai livornesi, bella figura!
In aggiunta, sur conto del Conte Ugolino vennero fuori altre storie strane di quando Ugolino era Podestà, circa certi castelli pisani ceduti sottocosto a fiorentini e lucchesi in cambio di certi favori.
L'umano arcivescovo, stufo anche di queste continue voci su inciuci con i lucchesi ed i fiorentini perpretate dal Conte si risolse a prendere lui, i suoi figli e i suoi nipoti e con estremo garbo mostrò al peccatore il suo personalissimo concetto della cristiana penitenza e redenzione rinchiudendoli tutti, senza batter ciglio, in una torre a morire di fame, dicendo tutto gongolante " Gaò, o Conte, o contali ora i pinoli ".
Come vedete bene, proprio roba da pisani.
Nel canto in questione Dante, che solo per come c'ha sur culo lui i pisani, ma anche in qualità di perseguitato politico, meriterebbe la tessera onoraria a vita delle B.A.L, punisce l'Arcivescovo, facendoli sbranare il cranio dal Conte Ugolino. Quest'ultimo, viene a sua volta punito per essersi cibato di carne umana e subisce quindi una pena ancora più crudele, ossia quella di dover sbranare il di lui cervello. 
Chiamala pena da nulla! Sai che gusto ci deve essere a mangiare il cervello di un pisano!

Fine dell'introduzione

 

CANTO XXXIII. GIRONE DEI TRADITORI (MIA IL GIRONE B DELLA C1)


La bocca sollevò dal fiero pasto 
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
Dove c'è il Conte Ugolino che pasteggia (fiero pasto) con il cervello dell'Arcivescovo Ruggeri addentandolo da dietro (forbendola ai capelli), nel punto, per intenderci, dove di prassi si indirizzavano le famose "pattonate" in epoca scolastica. Mi piace pensare che in questa circostanza il Sommo Poeta rivolgendosi a lui esclamasse: "bada a un fa' indigestione!" (mirabile l'allusione al fatto che dentro il cranio di un pisano è raro che ci si trovi qualcosa di sostanzioso!). E che lui udendolo, "La bocca sollevò dal fiero pasto" rispondesse " chi è che rompe ir cazzo all'ora di cena!" 

Poi cominciò: "Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Dante chiede, poi, al Conte Ugolino di narrare la sua storia. "Tu vuo' ch'io rinovelli" ma si meraviglia non poco del fatto che viene specificato "già pur pensando, pria ch'io ne favelli". Ossia tradotto in italiano moderno Dante si raccomanda "pensa le cose prima di dirle (favellare) però, o torzolo! Così eviterai, almeno per una volta, di fare le figure di merda tanto care ai tuoi degni concittadini, e soprattutto sii coinciso e un ti mangiare anche le parole, oltre al cervello di quel disgraziato, che qui c'ho da scrive la Divina Commedia, mia da scrive una poesia a bischero sciolto per i "poeti amaranto" di Alè Livorno!"

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.

Nella prima stesura il verso era un tantino più colorito:

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai me come un cuculo 
non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quando moi il culo
Mirabile quadro nel quale il pisanaccio dice praticamente, di rimando:"io sarò anche un pisano ed ir che, di per se stesso, non è un gran vanto, ma te da come cammini ancheggiando, si capisce subito che sei un fiorentino, vai!". Ci si permetta di perdonare a Dante una rima un po' banaluccia "cuculo-culo", di sicuro effetto, ma così trita e banale che quasi sembra l'abbia scritta Marcoamaranto

Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Finite le presentazioni, il Conte Ugolino preme specificare "or ti dirò perché i son tal vicino", la vera ragione per cui sono vicini, per chiarire subito un increscioso equivoco in cui temeva che il Sommo Poeta potesse facilmente cadere. Ossia, la ragione della loro promiscuità era da imputarsi unicamente al fatto che doveva sbranarli il cervello e non di attentarsi reciprocamente al tortellone, come da buon fiorentino il Dante ardentemente sperava, pregustandosi già al centro di un bel trenino a tre. "..e poi qui si fa del tradimento serio! O dove ti credi di essere? ..nel girone dei sodomiti?" aggiunse Ruggeri anche un po' impermalito. Poi, nei prossimi versi, il Conte Ugolino inizia a spiegare che bel giovanottino era l'Arcivescovo Ruggeri e quanto ce lo avesse sul cazzo e perché e per come l'avesse messo in questi casini. Andiamo a vedere:

Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
Ossia, che ver buo vadro dell'Arcivescovo Ruggeri (poi ci si chiede perché la gente parla male dei preti e dei pisani), lo attirò a Pisa mentre seguiva certi suoi intrallazzi in lucchesia coi guelfi, abbindolandolo con no so quali promesse o favori. Appena in città, però, ni sartò addosso come un ossesso gridando: "Agguantatela vella caata, un fatelo scappà che ora lo caa la befana!".

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
Testualmente, tradotto in un italiano molto labroneggiante, il Conte Ugolino dice: "..ora ti racconto come quello stronzolo dell'arcivescovo m'arrangiò e dimmi te che pezzi di merda erano i pisani anche a quei tempi!"

Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
Ugolino viene, quindi, condotto in un angusto spazio dentro una torre (La Muda) e lasciato morire di fame, per cui essa passerà alla storia come "Torre della fame" (la qual per me ha 'l titol de la fame). La Muda è la torre dei Gualandi, ed erroneamente viene confusa con quella mezza sega di torre in Piazza dei Cavalieri, manco a dirlo, ad un tiro di sasso dalla mensa universitaria. Sotto quest'arco, in cui sostai parecchie volte durante il mio periodo universitario, scorsi ripetutamente suntuose iscrizioni di epoca assai più recente quali: "Anconetani frocio slavo!" o "..a noi celo strapuppate", oltre ad una superba crestomazia di cazzi e "pisa merda". Tutte opere attribuibili, senza ombra di dubbio, all'esperta mano di neo-umanisti labronici, laureandi alla vicina facoltà di lettere moderne. 
Certo, ripensandoci, però,ci vole tutto ir genio dei pisani a mettere una mensa universitaria accanto alla torre della fame!
È verità storica, che la vera torre sorgesse, invece, in prossimità di questo luogo e che fu abbattuta poco prima che Livorno fosse fondata. Questo le ha permesso di conservare un invidiabile primato, quella di essere probabilmente l'unico, tra i pur numerosi edifici storici che vanta Pisa, in cui non sia stato scritto almeno una volta "Pisa merda". Ma questo solo però perché un se fatto in tempo!

"e che conviene ancor ch'altrui si chiuda".Ir conte Ugolino, incazzato nero, finisce augurando ai Pisani che ci rimangano chiusi loro e tutta la loro razza infame. Popò di merde!!
Salterei a questo punto la parte si parla di Ugolino che inizia a svagellare per la fame e fa sogni strani, come salterei la parte di lui che mangia i figlioli come fossero "cinque e cinque" per arrivare finalmente al "Pisa Vituperio delle genti". Prima di passare all'agognato "Pisa Vituperio delle genti", nella parte che ho saltata vorrei ricordare, solamente, di quando il conte Ugolino sogna il Monte Pisano (al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno.), monte più volte attraversato in galleria in occasione di memorabili trasferte a Lucca ("per che così marcoamaranto veder il Livorno al Porta Elisa puote!" direbbe Dante). Celebre, tra queste, fu una trasferta circa a metà degli anni settanta in cui il sottoscritto ne ebbe un ruolo non certo marginale nella perfetta riuscita. Passando necessariamente da Pisa, sovraccarichi di raudi (tutti lì utilizzati), si traversò il tunnel insieme ad un nutrito numero di artisti specializzati nella pittura murale con aerografo, che, ad ogni cartello stradale, vergavano a chiare lettere il nome di un giocatore del Livorno, un cartello per ogni giocatore. Così che il nome di Castellini (l'allora portiere, il primo) risultò impresso sul cartello di S. Giuliano (deviazione per Calci) e quello di Vitulano (l'undici, l'ultimo) solamente alle porte di Lucca appena prima della deviazione per Gattaiola. Menomale che a quei tempi non c'era la panchina lunga, se no ci toccava proseguire almeno fino ad Altopascio. In questa trasferta venne poi ulteriormente dipinta di amaranto, in ordine di apparizione: Lucca (zona stadio), il Porta Elisa, il prato del Porta Elisa ed i pali delle porte del Porta Elisa. Queste ultime furono ridipinte, poi, nel bianco convenzionale all'ultimo momento e solo per via delle reiterate minacce dell'arbitro ad un fare iniziare la partita col campo conciato in quel modo. "Ma la vernice bianca costa!" pare abbiano udito lamentarsi il custode mentre svolgeva l'incombenza. Pregevole, in quella trasferta, il prezioso contributo di un aspirante "Guglielmo Tell" amaranto che con un razzo riuscì a centrare da cinquanta metri una vecchia topolino imbandierata di rossonero con cui i Lucchesi usualmente facevano un giro di campo in segno di giubilo. Il razzo, con una precisione millimetrica degna del miglior bombardamento chirurgico ( ci fanno una sega gli americani a noi!), centrò la tettoia aperta dell'abitacolo. Dalla topolino si innalzò subito un acre fumo nero, ci furono momenti di panico ed, infine, fu memorabile il fuori programma dell'intervento dei Vigili del Fuoco che grazie alla loro rapidità evitarono che l'equipaggio finisse arrosto.
Rimase per lungo tempo ancora il canto "Vieni Topolino! " durante le trasferte a Lucca. La Topolino fu rimessa presto in sesto e continuò ad essere esibita non so per quanto tempo ancora, sulla vecchia pista del Porta Elisa durante le partite casalinghe della Lucchese. Ma da quel giorno, fatta girare sempre e comunque a prudente distanza dalla tribuna centrale soprattutto quando essa risultava colorata di amaranto.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
Ecco il fulcro di tutto il canto, la meraviglia delle meraviglie, il cantico dei cantici, la invettiva a Pisa (Ahi Pisa, vituperio de le genti), che ha reso celebre Dante tra i Livornesi. Quel verso che più volte è stato letto e riletto sui libri di scuola e che ha fatto persino fugaci apparizioni sui muri dell'"Armando Picchi". Alcuni la considerano, infatti, una forma molto arcaica del ben più moderno e corrivo "Pisa merda". Non si sa se ciò corrisponda a verità, comunque, permette di stabilire con esattezza che già almeno dal mille e duecento i pisani stavano sul culo a tutta Italia (del bel paese là dove 'l sì suona)! 

Non sarebbe nemmeno da menzionare la patetica interpretazione di chiara officina pisana: "Ahi Pisa, vita et imperio delle genti" con cui si tenta goffamente di ribaltare l'invettiva in chiave elegiaca se non per sottolineare un'altra occasione persa dai pisani per non dire cazzate.

Ben più interessante risulta, invece, la terza parte "poi che i vicini a te punir son lenti" che ha quasi valenza profetica. Dante ce l'ha particolarmente con Lucca, che almeno per vicinanza geografica avrebbe dovuto e potuto comodamente espletare l'incombenza di punire Pisa se non l'avesse frenata la proverbiale tirchieria dei suoi cittadini. Gli abitanti della arborata cerchia, infatti, si nascondevano dietro frasi quali "Un assedio costa vadrini!", "ma a noi chi ci ripaga!", "noi c'abbiamo da assaggiare la merda, che quest'anno pare sia un annata eccezionale", insomma si comportavano proprio da Lucchesi e la cosa andava per le lunghe. Per questo i critici sono concordi nell'interpretare che addirittura Dante profetizzi la nascita di Livorno, con i livornesi che, di contro, non si sono mai peritati a prender i pisani a pedate nel culo in ogni circostanza ed in ogni tempo oltre che in ogni serie calcistica. 


muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
Sublime l'idea di fa annega tutti i pisani nella loro stessa merda! Peccato che un ci sia riuscito davvero! Però ci mancò poco. Pare sia storia vera che Dante partecipò ad alcune fasi dell'assedio di Pisa e propose veramente di ostruire il fiume a valle per allagare la città e l'idea pare che prendesse piede tra le truppe assedianti. Non avvenne solo per mancanza di tempo, perché i pisani si arresero prima, presi per la fame (la vendetta del Conte Ugolino!), dopo avere tentato di resistere facendo uscire tutte le bocche inutili da sfamare, ossia i vecchi e le donne. Queste ultime, i fiorentini se le trombarono di brutto, a spregio, e proprio sotto le mura ( ed anche questa è storia vera!), con i pisani che guardavano muti dalle mura ("Mì, ora ci ingallano anche le donne!". Mi pare di sentire gli eroici pisani sugli spalti!). Farsi anche trombà sotto il naso le donne da fiorentini, via! È proprio da pisani! 
Da notare che nei commenti seri, il De Sanctis (il critico letterario, non il portiere dell'Udinese!n.d.a.) riporta al "muovasi la Capraia e la Gorgona" il seguente commento testuale: "la Capraia e la Gorgona: sono due isolette poste alla foce dell'Arno, fiume che attraversa Pisa." (!!!). O De Sanctis, sarai anche un gran letterato, ma secondo me di geografia un ne capisci un cazzo! (Scusate lo sfogo sul il De Sanctis, ma era un sassolino che mi volevo levà fin dai tempi del Liceo).

Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
In questo verso ritorna il problema dell'"inciucio" dei castelli. Ugolino, quando era Podestà (qualcosa di simile all'Assessore oggi!) per scongiurare un'alleanza di Lucca e Firenze con la nemica Genova cercò un improbabile gemellaggio (vai! è nova! anche nell'antichità!) con le due città toscane regalandoli svariati castelli. Bientina, Ripafratta e Viareggio ai Lucchesi. Fucecchio, Santa Maria a Monte, Castelfranco, Montecavoli ai Fiorentini. Sarà che in uno di questi castelli l'arcivescovo Ruggeri pare c'avesse fatto la seconda casa per se e per la sua ganza ("..e non l'avevo nemmeno finita di pagà! E ora? Accidenti a quel budiulo!" disse affranto "con quello che costano le case a Viareggio, poi! No lui lì la regala ai Lucchesi!"),sarà che aveva paura che un giorno o l'altro gli vendesse anche il battistero con tanto di torre e duomo, fatto sta, che indì una campagna detta "castelli puliti", lo accuso di tradimento e lo rinchiuse in una torre a fare una cura dimagrante di sua invenzione. "Ora così un fai più casini!" disse poi tutto contento buttando la chiave in Arno.

Quello che fa incazzà Dante, e non solo lui, che già che c'era, ci mise dentro anche i suoi figlioli, che un ci incastravano una sega di nulla. Mi pare di sentirli "O babbo, te l'avevo detto che con i tuoi intrallazzi, prima o poi ci mettevi tutti nei casini! E sai, merda è che siamo anche nati anche troppo presto! Un c'è mia ancora Berlusconi che poi ci tira fori con uno dei suoi decreti salva-ladri!" 

Innocenti facea l'età novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.
Capito che merde i pisani? Innocenti facea l'età novella, quindi che cazzo rinchiudete, o stronzoli! 

Prendersela coi bimbetti! Ci sarebbe da andà a Pisa e spaccarli veramente tutto! Far respice fine. 

Ir fatto è che siamo troppo buoni. Ar massimo abbiamo allargato Borgo Stretto, che tra l'altro gli abbiamo fatto anche un favore, così ora ci passano meglio anche gli atobussi!

Poi il canto continua parlando di altri due fiorentini che se lo tirarono nel didietro l'un l'altro ma è un'altra storia. Vale la pena di dire che una volta presa Pisa i fiorentini 

L'allargamento di Borgo Stretto. Arrivo delle maestranze.
(Anonimo Olio su Tela)
Museo Nazionale del Lavoro Livornese nel Mondo
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imposero gabelle severissime che fecero scappare tutte le famiglie più facoltose di Pisa le quali emigrarono in ogni luogo ma particolarmente a Palermo che era un paradiso fiscale di quel tempo (Tipo Montecarlo oggi, ma mia quello vicino Lucca, no è meglio dirlo se no poi la gente scappa lì e paga le tasse lo stesso). In breve Pisa fu spopolata e ripopolata dai fiorentini con la peggiore genìa della sua popolazione (ladri, puttane, e delinquenti vari) ai quali furono aperte le carceri e condonate le loro colpe se andavano a ripopolare Pisa. Gente di terra, comunque che con il mare un ci incastrava più una sega. Così si capisce l'apparente controsenso che fa ridere tutta Italia per cui dei contadini poo avvezzi all'acqua si vestano da Potente Repubblica Marinara e millantino ai quattro venti la loro antica supremazia marittima senza saper distinguere un lampione da un remo.
Per cui sappiate che se i pisani ci diano che siamo la selezione genetica di pirati e puttane ci stà anche bene, ma provateli a dire ( oh, loro sono ancora convinti di essere i discendenti della Repubblica Marinara) che loro sono gli avanzi di Firenze, come sono in verità e la storia lo dimostra, vedrai come sono contenti!-


P.S.: Sai 'osa, se la leggesse la mia insegnante di italiano del liceo mi darebbe undici! 


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